i racconti di Dearoma

LA FORNARINA

 

C’era una volta,

tanto tanto tempo fa, un bel giovane. 

Raffaello era il suo nome.



L’aspetto seducente non era l’unica dote sua: aveva un carattere socievole, amabile e dipingeva così bene, ma così bene che la Natura temette di essere superata da tanta bravura. Le sue madonne, i suoi putti, i suoi ritratti incantavano tutti, poveri e principi.
Era nato nella cittadella di Urbino e, non appena si sparse fama dell’ineffabile talento, il Papa in persona lo volle a Roma affinché gli decorasse la lussuosa residenza nei Palazzi Vaticani. Il pontefice a tal punto era colpito dalla sua arte che ordinò immediata la distruzione delle pregiate pitture da poco compiute nelle stesse stanze da artisti celeberrimi dell’epoca, per lasciar posto alle nuove opere del giovin pittore, ai più ignoto.

Durante il Carnevale, quando le fanciulle smaritate sfilavano sui carri, passavano sotto le sue finestre e intonavano canzonette leggiadre che inneggiavano al proprio amore per lui, al desiderio di rapirgli il cuore e di diventare le muse sue. Ed egli corrispondeva gioiosamente le loro attenzioni con lunghe notti sensuali. Le donne perdean la ragione per lui e lui perdea la ragione per le donne. Per numerose donne, malignavano i maligni.


Un giorno, Agostino Chigi, banchiere danaroso e senese di nascita, richiese a Raffaello un affresco per la propria nuova, magnificente villa romana che, da via della Lungara, superba si affacciava sul Tevere. Lo pregò pure di architettare le stalle della villa. Mai cavalli ebbero alloggi più pregiati e sontuosi…


E fu durante una passeggiata nei pressi della villa Chigi che Raffaello notò un paio di occhi scuri e profondi.  

Li vide affacciati ad una finestra di via di Santa Dorotea, accanto alla Porta Settimiana.
Li vide entrare ed uscire dalla bottega di un fornaio.

E li vide mentre la misteriosa fanciulla a cui essi appartenevano si bagnava nuda nelle acque del Tevere. 

Tornò sovente davanti alla casa della bella per contemplarla quando aiutava il padre fornaio o mentre si accarezzava i lunghi capelli bruni, i gomiti poggiati sul davanzale della finestra. Margherita, così si chiamava. 

Lui finì per innamorarsene perdutamente e, oh gioia, la bella fornarina lo ricambiava.
Agostino Chigi si vide costretto ad ospitare la giovane plebea nella propria sfarzosa dimora: Raffaello non desiderava separarsi da lei neppure per un istante, fu assai chiaro. A costo di rinunciare alla prestigiosa commissione.


Si amarono per settimane, mesi, anni.

Raffaello più e più volte ritrasse l’amata come Madonna, la propria madonna. La sposò persino, in gran segreto a cagione delle origini umili della fanciulla. Ma lei non se ne ebbe a male, comprendeva. E fu felice quando lui le chiese di posare per un nuovo dipinto nelle vesti di…sé stessa. Nessuna madonna stavolta, solo Margherita.

Margherita seduta, fiera, che mira con occhi maliziosi e languidi d’amore lo sguardo di chi la sta ritraendo. Un turbante di seta dorata le raccoglie i capelli. I seni scoperti, un velo con cui appena tenta di coprirsi. Un manto rosso poggiato sulle gambe. Una perla tra i capelli (e sì che “perla” nella lingua antica latina si traduce in “margarita”…). Un anello al dito anulare sinistro, come si conviene alle donne maritate. Un bracciale con impresso il nome del pittore, dell’amato, del marito. Sullo sfondo, un folto cespuglio di mirto, emblema della più bella tra le dee, Venere, e un ramo di melo cotogno, simbolo di amor carnale.


Quando Raffaellò morì nella notte di Venerdì Santo, Roma tutta pianse il giovane. Piansero i cardinali, i bottegai, i letterati, i preti, i nobili, le donne maritate, le donne smaritate, il papa. E la Natura, dal dolore, temette di morire con lui.
Margherita, si dice, rinchiuse la propria giovine vita tra le mura altissime di un convento di monache, per non uscirne mai più.

 

Signori, 
alcuni (per buona sorte pochi) illustri studiosi vi diranno che la modella del ritratto non era Margherita. Che Margherita non è mai esistita. Che quella del dipinto era solamente una delle tante donzelle possedute da Raffaello. O che, è indubbio, la donna per mestiere faceva merce del proprio corpo e il forno con l’atto di infornare altro non era che un'allusione volgare a qualcosa che verrà lasciato alla vostra immaginazione. Che non ci fu alcun matrimonio segreto e nessun amore assoluto.



Ma, signori, questa è una fiaba. 
E le fiabe raccontano ciò che vogliono raccontare.

 

“Io vorrebbe criare a tutta voce quando tu me avveluppi con le tue brazza contro le membra tue e per tutto me baci e m’accarezzi fin dentro l’ànema.
Criàr vurrìa ma non lo puòzzo fare che tutto me resveierèbbe tosto a cagion d’esto mio grido dallo sogno bello che eo me sto vivendo”. 

 

(sonetto su cartone, Raffaello)

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